Uno
scorcio architettonico può essere l’anima di una città, della sua storia, la
consapevolezza del tempo. Il 26 Gennaio 1299 il governo fiorentino decretò la
nascita di una nuova terra murata “nel borgo o nei pressi di Plani Alberti”.
Nasceva San Giovanni Valdarno, con una cinta muraria, come riporta
il Vasari, progettata da Arnolfo di Cambio, che vi impresse l’idea della “sua
città” e del suo divenire. Qui la nascita di Masaccio nel
1401 e con lui del Rinascimento nella pittura. La presenza di Beato
Angelico (oggi nel prezioso Museo della Basilica affiancato da altre eccellenti
testimonianze coeve e successive), una pinacoteca d’arte moderna e contemporanea frutto di numerose edizioni del non
dimenticato Premio Masaccio che attraverso l’ultima del sessantotto testimoniò
provocatoriamente “nella provincia” e a livello nazionale i mutamenti del tempo
e dell’arte. Un’esposizione che vide le maggiori personalità
artistiche italiane cogliere il trasformarsi della città. Per Capitani
quella rassegna, rappresentò allora, il museo della porta accanto, tra le mura di Arnolfo. Credo che ciò abbia insegnato ai suoi occhi ad
ammirare e a custodire in quelli la sua città. E poi i
dintorni collinari, magnifici testimoni degli eventi e del fluire dell’Arno.
Introduzione
storica, prima che critica, al mio compito, consapevole che con l’autore è
impossibile lambire sentori di campanilismo culturale quando
riguardano il suo lavoro. Seppure ne ha avvertito il
rilievo appassionato, Capitani si è mosso in questo dipinto con “l’esercizio dell’arte
sua”, oltre quelle definite mura. Meritoriamente oggi omaggiamo questa opera, così innata e scaturita più che mai
dal lirismo autentico e unico di questo maestro del colore. Capitani è ormai
presente da molti anni nel grande scenario dell’arte, attraverso una netta
personalità, distinta da esiti pittorici che “giustamente lo collocano tra gli artisti più interessanti della
sua generazione”, come già quel lungimirante critico e storico
dell’arte Tommaso Paloscia asseriva
nelle sue pubblicazioni delle “cose dell’arte”.
L’artista
celebra la sua città e questa tavola ne arricchisce il
fascino, in un luogo tra i più suggestivi agli occhi dei fruitori. Qui ha
impresso l’amore per la sua terra con la quale ha mantenuto un forte legame,
rinnovato e scandito sempre da una visione nuova, da una vitale ansia di
ricerca. Attraverso una magistrale composizione e un raffinato impiego delle
tonalità cromatiche, l’opera dà luogo ad una festa di
esuberante energia. Per il maestro, la pittura quando è consegnata agli occhi altrui è un evento che si rinnova di volta in volta con la
capacità di stupire, tanto da renderne invisibili le fatiche dell’adempimento
artistico. I suoi dipinti accompagnati sempre da un impianto consistente e da
tinte colte, sono frutto dell’artista erudito che sa impaginare la bellezza con
vulcanica fantasia e forza affabulatrice. L’opera “La
nascita della città di San Giovanni Valdarno” sottotitolata “la città di Arnolfo” ci restituisce la sua storia senza farne
narrazione, anzi in questa trepidazione intellettuale Capitani“libera il suo sguardo”
al di sopra del memorando, proiettando tutta la grande scenografia verso una
rappresentazione che ne indica la vivificante tensione di conoscenza. Ecco
ancora la festa.
La imponente figura di San Giovanni Battista,
Patrono della città, immerso egli stesso in quell’acqua
del Primo Sacramento, il cui solenne gesto indicante le mura, richiama al
battesimo della città che è nata e sulla quale si erge il Marzocco rampante,
simbolo di Firenze. Lo scorrere sacrale delle acque dell’Arno come quelle del Giordano. Sulla riva una figura china, omaggia Masaccio, attraverso San Pietro “che prende un
pesce” dall’episodio del miracolo della moneta (part.) del Tributo della
Cappella Brancacci. Tra la vegetazione in basso al
centro, un cumulo di pietre, case, torri, archi, poste in modo disorganico, a immagine antecedente della città.
Solo
la sfera, strumento simbolo di perfezione, sembra precedere l’equilibrio
regolare e armonico dell’opera di Arnolfo che si
staglia al centro con le possenti mura.
Per
rendere ancora più manifesta tutta la solennità dell’impianto, Capitani pone in alto due giovani figure, una donna e un uomo, costruttori
di vita che si elevano dalle mura proclamando
la vigorosità dei futuri abitanti. Da qui l’esistenza, la
laboriosità, la fantasia, la consapevole esuberanza espressa da quella
sovrastante bandiera gigliata. Il Maestro scontorna le figure con segni liberi e avvolgenti
che hanno la facoltà di dare lievità ancor più al loro innalzarsi, plasmando i
corpi come in un bassorilievo. Capitani, riaffermando l’impostazione
rinascimentale di certi suoi dipinti, si ricollega alla migliore libertà creativa già
fortemente manifesta all’inizio degli anni ottanta, tramite quella pittura
fatta solo “di pennelli e di colori” nella quale ha sempre creduto. Questa
monumentale opera, avvolgente e passionale, consegnata a questo scenario suggestivo è senza dubbio il “murales”
più appropriato che queste pareti possono accogliere e gli occhi di ognuno
possono trovarvi la propria storia e dalle diverse emozioni viverne e coglierne
l’essenza.
Rodolfo Tommasi